Un falso allarme è un allarme che parte senza che ci sia un’intrusione: un sensore ha reagito a qualcosa che non era un ladro. Succede con qualunque impianto, con il filo e senza filo, e quasi sempre ha una causa che si può individuare e correggere.

Il più delle volte il sensore è adatto a un altro posto, oppure è messo nel punto sbagliato, oppure non è mai stato tarato. Sono scelte di progetto, e le scelte di progetto si correggono. Qui vediamo la differenza tra falso allarme e guasto, cosa può far scattare un sensore, come si risolve (taratura, modello, posizione) e cosa puoi fare intanto.

Prima di tutto: falso allarme o guasto?

Si confondono, e sono due cose diverse.

Un guasto è la centrale che ti dice che qualcosa non va: una batteria scarica, un sensore che ha perso il collegamento, il segnale GSM che manca. È un’anomalia segnalata, non la sirena che parte alle tre di notte.

Un falso allarme è un sensore che ha visto qualcosa che non era un intruso. E qui la notizia è questa: il wireless, in sé, non ne produce più del cavo. Succedono uguali con il filo e senza filo, perché non dipendono dalla tecnologia ma da come il sensore è scelto e collocato. Batterie e segnale radio, invece, sono un tema a parte, che abbiamo trattato in antifurto wireless o cablato: cosa cambia davvero.

La regola: il sensore giusto nel contesto giusto

Se il sensore giusto sta nel contesto giusto, il problema non c’è. È la frase che ripetiamo più spesso, ed è anche la più scomoda, perché sposta la responsabilità dal «difetto» al progetto.

«Contesto» vuol dire cose molto concrete: che cosa c’è davanti al sensore, a che altezza è montato, chi o cosa si muove in quella stanza, che cosa cambia di temperatura nel corso della giornata. Un sensore di movimento non riconosce una persona: reagisce alle variazioni di radiazione infrarossa. Tutto dipende da cosa gli passa davanti.

Cosa può far scattare un sensore che non dovrebbe

Qui non parliamo di casi nostri ma di quello che dicono le guide tecniche, e lo diciamo così com’è.

Aria e sole. In un sensore a infrarossi passivo, l’aria che soffia sull’involucro può cambiarne la temperatura abbastanza da far scattare l’allarme, e una sorgente infrarossa forte, come la luce del sole, può sovraccaricarlo. Ne discende una regola di buon senso: un sensore puntato verso una finestra, sopra un radiatore o davanti a un’apertura che prende sole e corrente è un sensore a rischio. Una tenda che si muove davanti al sensore per via di una finestra socchiusa è il tipo di situazione da controllare.

Animali. Un gatto o un cane emettono calore e si muovono, come una persona. Esistono sensori pensati per ignorare gli animali di piccola taglia, ma la differenza la fanno il modello, la regolazione e l’altezza di installazione. E i costruttori stessi avvertono che l’immunità funziona finché l’animale non si avvicina alla lente: un gatto che sale su un mobile accanto al sensore, o un cane che salta sul divano sotto di lui, può farlo scattare lo stesso. I limiti di peso e di altezza cambiano da modello a modello, quindi non ti diamo una cifra valida per tutti: dipende dal sensore che hai in casa e da dove vive il tuo animale.

Il posto. Le stesse guide consigliano di montare i sensori in modo che non possano rilevare movimenti fuori dall’area da proteggere, per esempio al di là di un vetro. Un sensore che «vede» il corridoio o la strada oltre la finestra farà falsi allarmi per costruzione.

Il caso peggiore: i sensori esterni

Fuori casa c’è tutto: vento, rami, animali, sbalzi di temperatura. Per questo il caso peggiore che ci capita di dover risolvere sono quasi sempre i sensori esterni, spesso installati da altri.

Il metodo è sempre lo stesso, in tre passi:

  1. Si prova una taratura. Cioè si regola la sensibilità sul posto, guardando quello che il sensore vede davvero.
  2. Se non basta, si cambia modello. Perché quello montato non è adatto al contesto.
  3. Se non basta ancora, si sposta. Molte volte è stato messo in un punto poco felice o a un’altezza non corretta.

Nella grande maggioranza dei casi si chiude lì.

Una variante che conosciamo bene: a volte il problema non è il posto ma l’impianto. Ci è arrivato un cliente per passaparola con un impianto wireless economico installato davanti a una caserma, dove le onde radio, di tutti i tipi, sono all’ordine del giorno. Gli abbiamo installato un impianto wireless dei nostri nello stesso punto: da allora nessun problema. Non era il posto a essere impossibile: era quell’impianto, fatto al risparmio, a non reggerlo.

Il segnale basso e le batterie: la causa a monte

Su un impianto senza fili c’è una causa che non si vede e si paga negli anni: il segnale. Noi misuriamo il livello di ogni sensore e teniamo la regola secca: su una scala di cinque, ogni sensore deve stare a quattro o a cinque. Se non ci arriva, si mette un ripetitore e si misura di nuovo.

Un sensore con il segnale basso funziona lo stesso, ma consuma più batteria. Il risultato, dopo un paio d’anni, sono due o tre sensori che chiedono la batteria ogni due anni mentre gli altri ne chiedono una ogni quattro. Sulla durata diciamo come la vediamo noi: i produttori dichiarano spesso quattro o cinque anni, noi consigliamo di ragionare su tre. Una batteria che si scarica è un guasto, non un falso allarme, ma un impianto che vive di guasti è un impianto che si smette di guardare.

Cosa puoi fare tu, intanto

  • Annota ogni episodio: data, ora, quale sensore o quale zona. È il dato da cui parte qualsiasi diagnosi, e la guida europea per gli impianti antintrusione (CLC/TS 50131-7, CENELEC) raccomanda proprio di registrare gli interventi fatti dopo ogni allarme indesiderato.
  • Cerca lo schema: sempre alla stessa ora? Con il sole basso? Dopo l’accensione del riscaldamento? Quando l’animale è in casa? Uno schema vale quasi una diagnosi.
  • Non escludere il sensore per poi dimenticarlo. Escludere una zona è un rimedio provvisorio: la silenzia, ma lascia scoperto quel punto. Va bene per qualche giorno, non per mesi: un impianto che si smette di inserire perché scatta troppo non protegge nessuno.

La manutenzione: meno noiosa di una sirena a vuoto

La norma italiana sugli impianti di allarme intrusione, la CEI 79-3, nell’edizione 2024 (CEI Magazine, n. 2/2025) comprende la manutenzione tra i processi che disciplina e definisce le competenze di chi progetta, realizza e manutiene l’impianto. E la guida europea CLC/TS 50131-7 dichiara come scopo di far sì che l’impianto dia le prestazioni richieste «con un minimo di allarmi indesiderati», e include nel proprio campo l’installazione, la messa in servizio e la manutenzione.

In pratica, secondo le guide di settore, una manutenzione seria significa provare tutti i dispositivi, pulire le ottiche dei sensori e sostituire le batterie alla scadenza, non quando smettono di funzionare. Quanto spesso, non esiste una regola uguale per tutti: dipende dal livello dell’impianto, dall’ambiente e da quello che prevede il contratto. È una delle ragioni per cui un sopralluogo serve anche dopo, non solo prima.

Se l’impianto l’ha fatto qualcun altro

Succede spesso, e non è un problema. Intervenire su un impianto installato da altri vuol dire partire dai tre passi: guardare il sensore che scatta, tararlo, cambiarlo se serve, spostarlo se deve. A Udine e in provincia ci occupiamo di questo come parte del nostro lavoro di assistenza antifurto e allarmi a Udine.

Se invece l’impianto è ancora da fare, il momento giusto per evitare i falsi allarmi è prima: scegliere i sensori guardando la casa e chi ci vive, non il catalogo. Come lavoriamo lo trovi nella pagina impianti antifurto a Udine.


Ogni contesto è diverso: il sopralluogo è gratuito.

Veniamo a vedere dov’è il sensore che scatta, che cosa ha davanti e a che altezza è montato, e ti diciamo cosa conviene fare: tarare, cambiare modello o spostarlo. A Udine e provincia.

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